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La sentenza che chiude il brano evangelico di questa domenica è entrata nella saggezza po-polare, segno che da sempre avvertiamo la delicatezza di un rapporto giusto tra vita personale e potere politico. Che cosa è di Cesare e che cosa è di Dio? Sulle monete e sulle banconote bene evidenziato il valore che esse hanno: 1, 2, 5 euro, e così avanti. Lo strumento che media e rende possibili tanti rapporti – non sempre equi e giusti, per la verità  nella nostra società, strumento che ci è messo a disposizioni dalle istituzioni di cui facciamo parte, è uno strumento che procede per valori crescenti. Il profeta Isaia ci parla, invece, di un nome con cui Dio ci chiama: ci sembra, forse, una realtà effimera, banale, non concreta. Eppure è proprio il nome il possesso di Dio, è proprio il nome ciò che siamo chiamati a rendergli: per tutta la tradizione biblica, il nome indica la persona in tutte le sue componenti, in tutti i suoi aspetti, non ultimo il mistero che ogni vita nasconde e custodisce.

Rendere a Dio quello che è di Dio significa condividere con Lui la nostra vita: vedere nei figli che abbiamo, nella moglie o nel marito che ci è a fianco, nella comunità di cui facciamo parte, nel creato che ci circonda la traccia fragile di un amore immenso. Significa non centellinare quello che diamo a Dio – il nostro tempo, la nostra preghiera, la nostra carità, ma avere il coraggio di presentargli anche le nostre fatiche, le nostre difficoltà, il nostro peccato. Quello che è di Dio è segnato dalla fragilità di una presenza altra, che stride con la forza esibita e possente delle logiche economiche anche del nostro tempo: quello che è di Dio vive della fraternità, della condivisione, della giustizia, della bellezza, della bontà. A noi la sfida di rendere, in ogni via della nostra vita, a Dio quello che è di Dio.

 S.D.G.

Un aiuto per pregare

- In che condizioni è l’affresco che reca l’immagine di Dio in te?

- Quanta importanza dai al culto della tua immagine nelle relazioni?

  58 anni fa come oggi si apriva a Roma il Concilio Vaticano II, nato dall’intuizione semplice di Papa Giovanni XXIII e portato a termine dalla grandezza timida di Papa Paolo VI.

Ancora oggi, la Chiesa intera cerca di naviga-re verso gli orizzonti intravisti e sognati da questo grande evento ecclesiale, talvolta con fatica, talvolta con gioia e speranza.

Il Vangelo di questa domenica ci racconta un Dio che vuole fare festa e che, se non trova invitati degni, si spinge ai crocicchi delle strade, alle frontiere, per accogliere con sé i passanti. Il desiderio di Dio non si ferma di fronte alle resistenze che, per la nostra natura umana, gli opponiamo; non si ferma di fronte alle forme cristallizzate del nostro essere Chiesa, di fronte alle tante sicurezze in cui ci barrichiamo per non doverci lasciare interrogare e cambiare dal Vangelo. Siamo poco abituati a vedere un Dio che reagisce con forza e interviene con la veemenza descritta dal testo che la liturgia ci propone: nasce dalla lettura di questo brano l’invito pressante ad accorgersi dell’azione di Dio nella storia e negli eventi che la segnano.

Possiamo vedere nel Concilio una sterzata decisiva che lo Spirito ha impresso al cammino della Chiesa, dalle ultime comunità sparse nel mondo fino ai grandi centri: non perché il passa-to fosse un invitato indegno, ma perché, come nella nostra vita lasciamo abitudini e atteggia-menti assunti in una determinata fase della crescita, siamo chiamati a riappropriarci del Vangelo, a spingerci lì dove non eravamo mai stati, lì dove pensavamo che non vi fossero invitati.

Davanti a noi sta il buon Pastore, con un banchetto pronto e già imbandito: a noi sta scoprire insieme la strada per raggiungerlo.

S. D. G.

Un aiuto per pregare

- La tua vita ha le caratteristiche di una festa a cui sei chiamato a partecipare?

- Che cosa ti impedisce oggi di prendere par-te pienamente al banchetto che Dio prepara anche per te?

Due figli... un padre

Ammettiamolo: la parte finale del Vangelo non ci va proprio giù. Pensare di impegnarci una vita intera per poi essere “superati” all’ultimo momento ci indispone, tanto più se consideriamo i protagonisti del sorpasso, i pubblicani e le prostitute.

Tuttavia, se proviamo a chiudere gli occhi e ad immaginare la folla immensa che si avvia al banchetto del cielo, la sensazione di gioia che accompagna il vedere tanti fratelli e sorelle che pensavamo perduti, lontani, smarriti, ci allarga il cuore.

L’amore di Dio supera il peccato e ci restituisce al coraggio della nostra libertà, della responsabilità che siamo chiamati ad assumerci, in famiglia, a scuola e nello sport, in parrocchia, nella società civile: tra i due figli della parabola, il primo sa che l’amore del Padre non verrà meno per il suo rifiuto di andare nei campi, mentre il secondo ama soprattutto la sua immagine di bravo ragazzo.

Il primo è libero di dire “no”, ma anche di voler bene al padre e, quindi, di convertirsi, di cambiare lo sguardo sulla vigna, sul lavoro da fare, sulla sua identità di figlio; il secondo è prigioniero della sua paura, del giudizio che pensa gli altri facciano su di lui.

I pubblicani e le prostitute sono simili al primo figlio: vi sono cuori in cui la vera depravazione non è ancora mai arrivata, anche se la vita è smarrita e la via sfocata. E noi?

Talvolta, i nostri “no” alla volontà di Dio sono chiari, frutto maturo della nostra responsabilità, della nostra umanità; altre volte, ci mascheriamo da bravi figlioli, ma sotto sotto quello che cerchiamo è la quiete di chi sa di avere ingannato l’altro.

Solo l’amore di Dio ci aiuta a farci carico appieno della nostra libertà, sia essa per il sì o per il no: solo l’amore di Dio ci libera dalla paura e ci apre alla possibilità del pentimento, alla possibilità di amare.

 S. D. G.

 Un aiuto per pregare

- Cosa senti quando pensi alla figura del padre?

- Sei una persona che tende a protesta o a compiacere?

E' molto bello l’invito che apre la prima lettura della liturgia di questa domenica: “Cercate il Signore mentre si fa trovare, invocatelo mentre è vicino”.

Sembra suggerire che c’è una certa urgenza, che il tempo per trovare Dio potrebbe essere limitato, che l’offerta della Sua amicizia a noi potrebbe avere un termine.

Da parte sua o da parte nostra?

Il prosieguo del testo del profeta Isaia ci ricorda che su Dio non ab-biamo potere, che egli è sempre più grande di quello che noi possiamo dire, pensare, sperimentare di Lui.

Ma è il Salmo che risponde all’interrogativo angosciato dell’uomo che si mette in cammino per cercare il Signore: sorge in noi lo stupore per un Dio che si fa trovare davvero lì dove noi non l’avremmo cercato, nel tempo in cui noi non avremmo sospettato della Sua presenza, per una vicinanza te-nera che noi non avremmo intravisto.

Dio passa ad ogni ora del giorno, ci ricorda il Vangelo, Dio arriva nelle piazze assolate ed annoiate del mezzogiorno e delle tre del pomeriggio, quando ormai anche la voglia di lavorare se n’è andata, quando la nostra speranza è spenta, quando la delusione si è assisa in trono

Il salario della bontà e della misericordia, della tenerezza e dell’amore è sempre colmo: quando il cuore dell’uomo ne scorge la promessa – e a volte questa consapevolezza matura in un clima velenoso di peccato, di invidia, di relazioni ammalate – non può che anelare con tutto sé stesso alla comunione piena, alla gioia della riconciliazione e del dono di sé.

La liturgia di oggi ci aiuta a guarda-re alle nostre vite, alle nostre comuni-tà, al nostro tempo, pur così segnato da fragilità e problemi, con uno sguardo nuovo: oggi è il tempo della salvezza, oggi è il tempo giusto per cercare e trovare il Dio vicino, il Dio con noi

 S. D. G.

Un aiuto per pregare

- Sei riuscito a dare un senso alla tua vita o stai ancora cercando?

- Qual è il tuo sguardo su coloro che lavorano con te?

“Dove due o tre sono riuniti nel mio nome”: la chiusura del Vangelo di oggi è lo stringatissimo riassunto delle strade che mente e cuore possono percorrere se si lasciano provocare dalla Parola di oggi. Queste parole ci raccontano una dimensione fonda-mentale della nostra esistenza cristiana: per raggiungere Dio, per poterne vedere un piccolo frammento, è necessaria una relazione, anche minima. Da questo sorge e a questo conduce la responsabilità che abbiamo nei confronti degli altri, scaturisce la fraternità cristiana: un legame non retorico o su cui chiacchierare, ma un impegno vivo e concreto per poter prendersi cura degli altri anche quando sbagliano, nella fiducia di essere sostenuti ed accompagnati anche nelle proprie cadute. Una sfida difficile anche nelle nostre comunità, che nasce dalla carità di cui ci parla l’apostolo Paolo: bilanciare correzione e carità, sapersi correggere reciprocamente non per ferire o parlare male, ma per crescere e promuovere la vita è un’operazione che richiede fatica ed impegno. Il frutto ultimo del per-corso è davvero appetitoso: la comunione, il volersi bene è traccia di Dio, è presenza del Risorto in mezzo ai suoi! Se apriamo i nostri occhi, ci accorgiamo che non riusciamo a vivere da soli – ce ne siamo accorti molto bene nei mesi scorsi! –, che abbiamo bisogno di riunirsi: ci è impossibile sottrarci alla presenza discreta e costante del Padre che è nei cieli, non è possibile uscire dall’area di influenza di Dio. Persino il peccato non può essere fuori di Dio, perché richiede una relazione con Lui, persino nella morte siamo con Lui, che della morte è il vincitore: chiediamo al Signore di saperci guardare in questa signoria di Dio, in questa costante “atmosfera protettiva” del Suo amore di Padre. Da lì nascerà, rinnovata e forte, la nostra fraternità. S. D. G.

Un aiuto per pregare

- Tendi facilmente a giudicare gli altri o sai prenderti tempo?

- Sei capace di costruire comunione o tendi a creare divisione?

Un amore che rigenera

Immagino che i feltrini di un tempo, nobili e povera gente, abbiano trovato Pietro molto simpatico, tanto da affidargli il titolo della Cattedrale.

A volte ingenuo, a volte un po’ spaccone, riesce sempre a farsi incastrare da Gesù: nel Vangelo di questa domenica, è lui ad aprire la discussione che porta al racconto della parabola, che illumina l’atteggiamento di Dio verso i nostri conti che non tornano mai, verso i nostri debiti mai saldati e mai condonati.

Dopo essere stato supplicato, il re lascia perdere la contabilità: a Dio non interessa particolarmente il nostro peccato, perché lo ha vinto nella Risurrezione del Figlio. Ce lo ricorda bene San Paolo nella Lettera ai Romani: siamo sempre di Dio, nella vita e nel-la morte, quando compiamo atti di giustizia e di bontà e quando falliamo il bersaglio. I conti vengono dimenticati, però, a condizione che anche noi li dimentichiamo: non possiamo misurare l’amore in una quantità precisa di volte in cui perdonare, non possiamo mai fermarci.

L’amore genera e rigenera, instancabilmente: siamo chiamati a non contare per salvare quello che conta, la relazione con i nostri fratelli, la vita che l’altro è per me. La parabola non ci prospetta una punizione severa se non perdoniamo, ma ci propone di diventare collaboratori di Dio, servi della gioia degli altri, ministri di misericordia e di perdono. Ci scopriamo bisognosi anche noi di perdono e ci lasciamo stupire dalla possibilità di un perdono possibile: lo ha sperimentato anche Pietro, dopo il tradimento, dopo la croce, dopo la Risurrezione. Solo così diventiamo testimoni credibili, appassionati, umani: è dalla bellezza di un perdono sperimentato sulla propria pelle che Feltre si è fatta sedurre. S. D. G.

Un aiuto per pregare

- Sei capace di fare memoria di tutte le volte in cui sei stato perdonato?

- Sei disponibile a comprendere chi ha sbagliato e a dargli tempo per cambiare?

Crux.. stat...

Ai crocicchi delle strade. Sul frontespizio delle case. In tanti affreschi. Sulla punta dei campanili. Sulla cima delle montagne. La croce domina. La croce attira. Ogni tanto mi sembra voler raccogliere l’orizzonte, le città, i paesi, le storie in un abbraccio silenzioso, mi sembra portare a Dio le vite che, silenziosa, vede svolgersi sotto di lei. Mi piace pensare che gli uomini la pongano in così tanti luoghi perché ricorda loro qual è la strada per realizzare la loro vita ed es-sere felici: sulla croce, così come la intendiamo noi cristiani, non si realizza un sacrificio cruento od un macabro spettacolo, ma si compie definitivamente il dono di amore di Dio per noi. La croce scardina la nostra logica così precisa e così grezza del dare e avere, del perdere e guadagnare, perché introduce la logica prepotentemente gratuita e sovrabbondante del dono. La croce ci dà fastidio, vorremmo evitarla tutti: anche Gesù ha avuto paura di fronte alla croce. Il Vangelo di oggi ci riconsegna l’impossibilità di evitare la sofferenza, di bandirla una volta per sempre dalle nostre vite: un cri-stiano deve morire, deve saper morire. Ma un cristiano deve scoprire nella morte la possibilità gioiosa del dono: quante madri si sono consumate perché i loro figli potessero crescere e vivere? Quanti padri han-no donato la loro vita? Quante insegnanti, commesse, anziane, sindaci, professori… ci hanno donato qualcosa, hanno permesso a noi di vivere con un po’ di fatica? A ben vedere, la croce è una dimensione molto quotidiana, perché la vita di ogni giorno ha le sue piccole fatiche, quegli “io mi metto da parte per te” che sono piccole morti: solo se le accettiamo facciamo vivere chi abbiamo vicino. Solo se le viviamo fino in fondo creiamo vita intorno a noi. Solo se ci immergiamo in esse siamo uniti a Lui, che della vita è il Signore eterno.  S. D. G.

Un aiuto per pregare

Qual è il tuo rapporto con la sofferenza?

La eviti o la affronti?

Quale spazio ha la logica del Vangelo nelle tue scelte?

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