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Dante Alighieri

"Mi ritrovai” (Inf I,2)

Ripartire…
dall’inizio
del viaggio
di Dante
 

prof. Gregorio
Vivaldelli

Concattedrale
di Feltre

1 agosto 2020
ore 21,00

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 6 novembre: 32^ Domenica del Tempo Ordinario

E' l’amore che vince la morte

Il Signore è il Dio di Abramo, Dio di Isacco e Dio di Giacobbe”. Dio non è dei morti, ma dei viventi; perché tutti vivono per lui.    (cfr. Lc 20,27-38)

La storiella paradossale di una donna, sette volte ve­dova e mai madre, è adoperata dai sadducei come caricatura della fede nella risurrezione dei morti: di quale dei sette fratelli che l'hanno sposata sarà moglie quella donna nella vita eterna?

Per loro la sola eternità possibile sta nella generazione di figli, nella discenden­za. Gesù, come è solito fare quando lo si vuole imprigio­nare in questioni di corto respiro, rompe l'accerchia­mento, dilata l'orizzonte e rivela che non una modesta eternità biologica è inscritta nell'uomo ma l'eternità stes­sa di Dio.

Quelli che risorgono non prendono moglie né marito, dice Gesù, non per dichiarare la fine degli affet­ti. Quelli che risorgono non si sposano, ma danno e ri­cevono amore ancora, finalmente capaci di amare bene, per sempre. Perché amare è la pienezza dell'uomo e di Dio. Perché ciò che nel mondo è valore non sarà mai di­strutto. Ogni amore vero si aggiungerà agli altri nostri a­mori, senza gelosie e senza esclusioni, portando non li­miti o rimpianti, ma una impensata capacità di intensità e di profondità.

La risurrezione non cancella il corpo, non cancella l'u­manità, non cancella l’amore. Dio non fa morire nulla dell'uomo. Lo trasforma con il suo amore e fa diventare noi finalmente capaci di amare.   (padre Ermes Ronchi)

30 ottobre: 31^ Domenica del Tempo Ordinario

Lo sguardo di Gesù libera l’uomo

In quel tempo, Gesù entrò nella città di Gèrico e la stava attraversando, quand’ecco un uomo, di nome Zacchèo, cercava di vedere chi era Gesù ...             (cfr. Lc 19,1-10) 

Zaccheo ha un handi­cap (la bassa statura) e un desiderio (vedere Gesù) e a questo conflitto tra due forze che potrebbero an­nullarsi, risponde con creati­vità e coraggio, diventando fi­gura di tutti coloro che, anzi­ché chiudersi nei loro limiti e arrendersi, cercano soluzioni, inventano alternative senza timore di apparire diversi. Nella vita avanza solo chi agi­sce mosso dal desiderio e non dalla paura.

“Allora corse avanti e salì su di un albero”. Correre, sotto l'ur­genza del richiamo di cose lontane, seguendo il vento del desiderio che gonfia le vele. A­vanti, verso il proprio ogget­to d'amore, verso un Dio che viene non dal passato, ma dal­l'avvenire. Sull'albero, in alto, come per leggere se stesso e tutto ciò che accade da un punto di vista più alto.

 “Gesù passando alzò lo sguar­do”. Lo sguardo di Gesù è il so­lo che non si posa mai per pri­ma cosa sui peccati di una persona, ma sempre sulla sua povertà, su ciò che ancora manca ad una vita piena. La sua parola è la sola che non porta ingiunzioni, ma inter­pella la parte migliore di cia­scuno, che nessun peccato ar­riverà mai a cancellare.

 Zac­cheo cerca di vedere Gesù e scopre che Gesù cerca di ve­dere lui. Il cercatore si accorge di essere cercato, l'amante scopre di essere amato, ed è subito festa: “Oggi devo fermarmi a casa tua”.  (padre Ermes Ronchi)

 23 ottobre: 30^ Domenica del Tempo Ordinario

 Nel nome della misericordia

90a Giornata Missionaria Mondiale

Misericordia è una parola che negli ultimi tempi abbiamo sentito e pronunciato, anche se è sempre stata usata e pronunciata nella Chiesa. La differenza è che oggi più che mai, grazie alla lettura del mondo attuale fatta da Papa Francesco, essa è e deve sempre più diventare la cifra per dirigere i nostri pensieri e le nostre azioni.

Il mondo oggi ha bisogno di riconciliarsi con il passato per progettare un futuro che, attraverso la misericordia, sappia tornare a sperare in un mondo abitabile per tutti.  Il cardinale Luis Antonio Tagle, arcivescovo di Manila, in un recente intervento ha sottolineato come dobbiamo imparare a “sorgere nella misericordia” e, attraverso di essa, guarire le tante ferite dell’umanità: “E’ guardando e toccando le ferite degli altri, che possiamo vedere e toccare anche le nostre ferite”.

Il Papa, nella Bolla d’indizione del Giubileo, Misericordiae Vultus (cfr. n.1), afferma in modo semplice che la misericordia di Dio si è fatta carne nel Volto del Figlio Gesù. Chi vive in essa, non elimina i mali subiti, ma li “trasforma” in occasione di vita nuova: Cristo Risorto mantiene ancora le ferite pasquali, ma queste sono la via per la riconciliazione. Dove si esprime e si vive la misericordia, il Volto di Cristo risplende in chi la pratica.

 A ciascuno di noi, discepoli missionari, l’augurio di testimoniarlo.

 16 ottobre: 29^ Domenica del Tempo Ordinario

Il vagito di una storia nuova

 In quel tempo, Gesù diceva ai suoi discepoli una parabola sulla necessità di pregare sempre, senza stancarsi mai …   (cfr. Lc 1,81-8)

C’era un giu­dice corrotto in una città; u­na vedova sola si recava ogni gior­no da lui e gli chiedeva: fam­mi giustizia contro il mio av­versario! Che bella figura, forte e dignitosa, che nessu­na sconfitta abbatte, fragile e indomita, maestra di pre­ghiera: ogni giorno bussa a quella porta chiusa.

Come lei, anche noi: quante pre­ghiere sono volate via senza portare una risposta! Ma al­lora, Dio esaudisce o no le nostre preghiere? «Dio esau­disce sempre: non le nostre richieste, le sue promesse» (Bonhoeffer). E il Vangelo ne trabocca: “sono venuto per­ché abbiate la vita in pienez­za”, “non vi lascerò orfani”, “sarò con voi tutti i giorni fino al­la fine del tempo”, …

Con l'immagine della vedo­va mai arresa Gesù vuole so­stenere la nostra fiducia: Se un giudice, che è in tutto al­l'opposto di Dio, alla fine a­scolta, Dio non farà forse giu­stizia ai suoi eletti che grida­no a lui, prontamente? Ci perdoni il Signore, ma a vol­te la sensazione è proprio questa, che Dio non rispon­da così prontamente e che ci faccia a lungo aspettare. Ma quel prontamente di Ge­sù non vuol dire «subito», ma «sicura­mente».

 La preghiera rinsalda in me la certezza che non sono abbandonato da Dio; che Lui interviene; che anche una “piccola” fede può molto. La Preghiera è il primo vagito di una sto­ria nuova che Dio genera con noi.         (padre Ermes Ronchi)

2 ottobre: 27^ Domenica del Tempo Ordinario

La fede, un “Niente” che può tutto

Gli apostoli dissero al Signore: «Accresci in noi la fede!». Gesù rispose: «Se aveste fede quanto un granello di senape, potreste dire a questo gelso: “Sràdicati e vai a piantarti nel mare”, ed esso vi obbedirebbe.   (cfr. Lc 17,5-10)

Gesù ha appena detto: “Uni­ca misura del perdono è perdonare senza misura”. Agli Apostoli appare un obietti­vo inarrivabile, al di là delle lo­ro forze, e così sgorga spontanea la richiesta: “accresci in noi la fede; da soli non ce la faremo mai”. Ma Gesù cambia la prospettiva da cui guardare la fede, introdu­cendo come unità di misura il granello di senape, proverbial­mente il più piccolo di tutti i semi: non si tratta di quantità, ma di qualità della fede.

 Fede come granello, come briciola; non quella sicura e spavalda ma quella che, nella sua fragi­lità, ha ancora più bisogno di Lui, che per la propria picco­lezza ha ancora più fiducia nel­la Sua forza. Allora ne basta un granello, po­ca, anzi meno di poca, per ot­tenere risultati impensabili.

La fede è un niente che è tutto. Ha la forza di sradicare alberi e la leggerezza di farli volare sul mare. Io ho visto alberi volare, ho vi­sto il mare riempirsi di gelsi. Ho visto – fuori metafora – discepoli del Vangelo riempire l'orizzon­te di imprese al di sopra delle forze umane. «Noi siamo i flauti, ma il soffio è tuo, Signore» (Rumi).

Quindi chiedere «ac­cresci la mia fede» significa do­mandare che questa forza vivi­ficante entri come linfa nelle vene del cuore.  (padre Ermes Ronchi)

 9 ottobre: 28^ Domenica del Tempo Ordinario

 Fede è dire “grazie”

 Vennero incontro a Gesù dieci lebbrosi, che dissero ad alta voce: «Gesù, maestro, abbi pietà di noi!». Appena li vide, Gesù disse loro: «Andate a presentarvi ai sacerdoti». E mentre essi andavano, furono purificati.  (cfr. Lc 17,11-19)

Dieci lebbrosi all'ingres­so di un villaggio, nove giudei e un samarita­no insieme. La sofferenza li ha uniti, la guarigione li separerà. Insieme pregano Gesù ed egli - appena li vede - dice loro: Andate a pre­sentarvi ai sacerdoti. E mentre andavano, furono purificati. Sono purificati non quando arrivano dai sacerdoti, ma mentre camminano, sui passi della fede.

Nove dei guariti non tornano: scompaiono nel vortice della loro felicità, dentro gli abbrac­ci ritrovati. Un ereti­co straniero torna indietro e lo fa perché perché intuisce che la salute non viene dai sacerdoti, ma da Gesù; non dall'osservanza di leggi e riti, ma dal rapporto vi­vo con lui. “La tua fede ti ha salvato”: nove sono guariti, uno so­lo è salvato. Per fede.

La fede nasce dal “bisogno”, dal grido universale che chiede vita, senso, amore, sa­lute. Poi “mi fido”; il gri­do del bisogno è ricco di fidu­cia: qualcuno ascolterà, qual­cuno verrà. I dieci si fidano di Gesù e sono guariti. Ma a questa fede man­ca qualcosa, una dimensione fondamentale: la gioia di un abbraccio, una relazione, una reciprocità, una risposta.

“Ti ringrazio”: la fede è la li­bera risposta dell'uomo al cor­teggiamento di Dio. Fede è anche dire “Grazie”.   (padre Ermes Ronchi)

 25 settembre: 26^ Domenica del Tempo Ordinario

 Non si è cattivi perché ricchi

 C’era un uomo ricco, che indossava vestiti di porpora e di lino finissimo, e ogni giorno si dava a lauti banchetti. Un povero, di nome Lazzaro, stava alla sua porta. (cfr. Lc 16,19-31)

Nella Parabola del ricco epulone e di Lazzaro c’è tutto un contrasto clamoroso tra le condizioni del ricco e del povero che li fanno totalmente separati. Da una parte c'è la fragile e incosciente beatitudine del ricco; dall'altra l'umiliazione silenziosa di Lazzaro. Il giudizio finale, che mostra rovesciate le due condizioni, più che spaventare sul destino di un inferno, è uno scossone alla coscienza dinanzi all'orrore dell'oggi della storia, per fare tutto il possibile, prima che sia troppo tardi.

Il ricco (un uomo di cui non conosciamo il nome, salvo il riferimento al suo passare da un banchetto - epulum - all'altro) non è cattivo perché è ricco, ma perché non si accorge del povero Lazzaro che mendica la sua vita, che è privo di tutto ma non del nome che ne dice l'identità e che ne farà nel tempo patrono degli ospizi per poveri e dei lazzaretti.

 Povertà e ricchezza: non è una questione di valori, ma di relazioni. La parabola ci mostra la mancanza di relazione col povero nella sua quotidiana liturgia di mendicante. La vita del ricco è un abisso, non si accorge del povero che muore alla sua porta. L'abisso è nel suo cuore e nelle sue infondate sicurezze. È l'abisso della omissione di chi non valica la disunione per andare incontro al fratello.   (don Angelo Sceppacerca)

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