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Rassegna stampa


   

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2 ottobre: 27^ Domenica del Tempo Ordinario

La fede, un “Niente” che può tutto

Gli apostoli dissero al Signore: «Accresci in noi la fede!». Gesù rispose: «Se aveste fede quanto un granello di senape, potreste dire a questo gelso: “Sràdicati e vai a piantarti nel mare”, ed esso vi obbedirebbe.   (cfr. Lc 17,5-10)

Gesù ha appena detto: “Uni­ca misura del perdono è perdonare senza misura”. Agli Apostoli appare un obietti­vo inarrivabile, al di là delle lo­ro forze, e così sgorga spontanea la richiesta: “accresci in noi la fede; da soli non ce la faremo mai”. Ma Gesù cambia la prospettiva da cui guardare la fede, introdu­cendo come unità di misura il granello di senape, proverbial­mente il più piccolo di tutti i semi: non si tratta di quantità, ma di qualità della fede.

 Fede come granello, come briciola; non quella sicura e spavalda ma quella che, nella sua fragi­lità, ha ancora più bisogno di Lui, che per la propria picco­lezza ha ancora più fiducia nel­la Sua forza. Allora ne basta un granello, po­ca, anzi meno di poca, per ot­tenere risultati impensabili.

La fede è un niente che è tutto. Ha la forza di sradicare alberi e la leggerezza di farli volare sul mare. Io ho visto alberi volare, ho vi­sto il mare riempirsi di gelsi. Ho visto – fuori metafora – discepoli del Vangelo riempire l'orizzon­te di imprese al di sopra delle forze umane. «Noi siamo i flauti, ma il soffio è tuo, Signore» (Rumi).

Quindi chiedere «ac­cresci la mia fede» significa do­mandare che questa forza vivi­ficante entri come linfa nelle vene del cuore.  (padre Ermes Ronchi)

 25 settembre: 26^ Domenica del Tempo Ordinario

 Non si è cattivi perché ricchi

 C’era un uomo ricco, che indossava vestiti di porpora e di lino finissimo, e ogni giorno si dava a lauti banchetti. Un povero, di nome Lazzaro, stava alla sua porta. (cfr. Lc 16,19-31)

Nella Parabola del ricco epulone e di Lazzaro c’è tutto un contrasto clamoroso tra le condizioni del ricco e del povero che li fanno totalmente separati. Da una parte c'è la fragile e incosciente beatitudine del ricco; dall'altra l'umiliazione silenziosa di Lazzaro. Il giudizio finale, che mostra rovesciate le due condizioni, più che spaventare sul destino di un inferno, è uno scossone alla coscienza dinanzi all'orrore dell'oggi della storia, per fare tutto il possibile, prima che sia troppo tardi.

Il ricco (un uomo di cui non conosciamo il nome, salvo il riferimento al suo passare da un banchetto - epulum - all'altro) non è cattivo perché è ricco, ma perché non si accorge del povero Lazzaro che mendica la sua vita, che è privo di tutto ma non del nome che ne dice l'identità e che ne farà nel tempo patrono degli ospizi per poveri e dei lazzaretti.

 Povertà e ricchezza: non è una questione di valori, ma di relazioni. La parabola ci mostra la mancanza di relazione col povero nella sua quotidiana liturgia di mendicante. La vita del ricco è un abisso, non si accorge del povero che muore alla sua porta. L'abisso è nel suo cuore e nelle sue infondate sicurezze. È l'abisso della omissione di chi non valica la disunione per andare incontro al fratello.   (don Angelo Sceppacerca)

 18 settembre: 25^ Domenica del Tempo Ordinario

Amici non soldi

 Un uomo ricco aveva un amministratore, e questi fu accusato dinanzi a lui di sperperare i suoi averi ...   (cfr. Lc 16,1-13)

Un amministratore, sorpreso a truffare il suo padrone, capisce che verrà licenziato e allora escogi­ta un modo geniale per cavarsela: adotta la strategia dell'amicizia, creare una rete di amici, cancellando parte dei lo­ro debiti.

Con questa scel­ta, inconsapevolmente, e­gli compie un gesto profe­tico, fa ciò che Dio fa ver­so ogni uomo: dona e per­dona, rimette i nostri de­biti. Così da malfattore di­venta benefattore: regala pane, olio, cioè vita, ai de­bitori. Lo fa per interesse, certo, ma intanto cambia il senso, rovescia la dire­zione del denaro, che non va più verso l'accumulo ma verso il dono, non ge­nera più esclusione ma a­micizia.

Il padro­ne loda quell'amministra­tore disonesto, perché ha agito con scaltrezza, puntando tutto sull'a­micizia. E Gesù spiega: fatevi degli amici con la disonesta ricchezza perché quando es­sa verrà a mancare vi ac­colgano nelle dimore eter­ne. Fatevi degli amici. Amicizia diventata coman­damento, umanissimo e gioioso, elevata a proget­to di vita, fatta misura dell'eternità.

Le persone contano più del denaro. Fatevi amici che vi accolgano nel­la casa del cielo: prima di Dio ci verranno incontro coloro che abbiamo aiutato, nel loro abbraccio ri­conoscente si annuncerà l'abbraccio di Dio, dentro un paradiso generato dal­le nostre scelte di vita.     (padre Ermes Ronchi)

11 settembre: 24^ Domenica del Tempo Ordinario

La cattiva opinione sul padre

 In quel tempo, si avvicinavano a Gesù tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro»  (cfr. Lc 15,1-32)

Dopo le parabole della pecora e della moneta perdute e ritrovate, nel Vangelo c’è la parabola che parla del rapporto fra un padre e i suoi due figli. Un figlio si separa dal padre e chiede i “suoi” (??) averi; l’altro che vive come un separato in casa.

   In questa parabola sconvolge la figura di un padre che si fa più piccolo dei due figli. Il figlio minore torna e il padre fa festa; l’altro figlio entra in crisi perché ha un cuore diverso dal padre e questi esce di casa per supplicarlo di entrare e unirsi al banchetto.

  Così Gesù ci rassicura che l'iniziativa della salvezza è di Dio e che per lui la gioia e la festa saranno piene quando tutti, anche i giusti, si convertiranno. La loro conversione però è più difficile di quella dei peccatori perché non sanno che la misericordia di Dio non è proporzionata ai meriti, ma alla miseria.

 Dio non ci ama perché siamo bravi, ma perché siamo suoi figli. Ed è bello pensare che la parabola del Padre misericordioso non parli della conversione del peccatore alla giustizia, ma del giusto alla misericordia, perché la radice del peccato è la cattiva opinione sul Padre.                                     (Don Angelo Sceppacerca)

 28 agosto: 22^ Domenica del Tempo Ordinario

 Chi si umilia sarà esaltato

Gesù diceva agli invitati una parabola, notando come sceglievano i primi posti: «Quando sei invitato a nozze da qualcuno, non metterti al primo posto, perché non ci sia un altro invitato più degno di te, e colui che ha invitato te e lui venga a dirti: “Cèdigli il posto!”. Allora dovrai con vergogna occupare l’ultimo posto»     (cfr. Lc 14,1.7-14)

La parabola dell'ultimo posto e quella dell'invito rivolto ai poveri e agli storpi non sono solo scuola di umiltà e carità, ma aprono a qualcosa di più grande e splendente. Dicono che Dio è tutto perché, in Gesù, è Lui a mettersi all'ultimo posto. È il canto dell'inno ai Filippesi: "Cristo, pur essendo di natura divina... spogliò se stesso... fino alla morte e alla morte di croce. Per questo Dio l'ha esaltato e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni altro nome; perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi... e ogni lingua proclami che Gesù Cristo è il Signore".       

San Clemente Maria Hofbauer andava a fare la questua per i suoi orfani e, passando a chiedere in una locanda, uno degli avventori gli sputò in faccia; "questo era per me ed era giusto" - gli disse san Clemente - "ora però, ti prego, dammi qualcosa per i miei orfani". L'uomo fu talmente colpito dall'umiltà del santo che cambiò vita.  

A Madre Teresa di Calcutta un giornalista domandò che cosa secondo lei non andava bene nel mondo; rispose: "Quello che non funziona, signore, siamo lei ed io".    (Don Angelo Sceppacerca)

4 settembre: 23^ Domenica del Tempo Ordinario

Essere suo discepolo

In quel tempo, una folla numerosa andava con Gesù. Egli disse loro: «Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo»       (cfr. Lc 14,25-33)

All'inizio c'è una folla che va appresso a Gesù e alla fine è il singolo discepolo dinanzi alla scelta di lasciare tutto per abbracciare una croce.

Per costruire una torre servono molti mezzi e per vincere una guerra ci vuole un grande esercito con mezzi e uomini. Seguire Gesù non è cosa da poco: somiglia a un grattacielo; è una vera e propria battaglia da vincere. Eppure, per questa grande impresa, secondo la logica del Vangelo che rovescia la nostra, per riuscire bisogna perdere, per ottenere occorre lasciare, per costruire bisogna rinunciare a tutto ciò che si ha. Il motivo è semplice: solo così si dipende in modo assoluto da Dio.

Prendere la croce è desiderare e compiere la volontà del Padre, non la nostra, posporre l'amore per i parenti a quello per Dio, rinunciando ad ogni appoggio umano, anche quello di sangue. Solo Dio. Molto presto arriva una pienezza di vita, una ricchezza straordinaria, una familiarità con tanti. Il centuplo è la misura di paragone.   

La croce buona da portare è quella degli umili e obbedienti discepoli del Signore, che vivono il comandamento dell'amore e che, seduti alla mensa del Signore, hanno il cuore colmo di pace.    (Don Angelo Sceppacerca)

21 agosto: 21^ Domenica del Tempo Ordinario

Dio non si merita ma si accoglie

Un tale gli chiese: «Signore, sono pochi quelli che si salvano?». Disse loro: «Sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché molti, io vi dico, cercheranno di entrare, ma non ci riusciranno.»  (cfr. Lc 13,22-30)

Sono pochi quelli che si salvano, o molti? Gesù non risponde sul nume­ro dei salvati ma sulle moda­lità. Dice: la porta è stretta, ma non perché ami gli sforzi, le fatiche, i sacrifici. Stretta per­ché è la misura del bambino: «Se non sarete come bambini non entrerete!».

Se la porta è piccola, per passare devo far­mi piccolo anch'io. I piccoli e i bambini passano senza fati­ca alcuna. Perché se ti centri sui tuoi meriti, la porta è stret­tissima, non passi; se ti centri sulla bontà del Signore, come un bambino che si fida delle mani del padre, la porta è lar­ghissima.

L'insegnamento è chiaro: fat­ti piccolo, e la porta si farà grande; lascia giù tutti i tuoi bagagli, i portafogli gonfi, l'e­lenco dei meriti, la tua bravu­ra, sgònfiati di presunzione, dal crederti buono e giusto, e dalla paura di Dio, del suo giu­dizio.

La porta è stretta ma aperta. In questo momento aperta. Quello che Gesù offre non è solo rimandato per l'aldilà, ma è salvezza che inizia già o­ra. È un mondo più bello, più umano, dove ci sono costrut­tori di pace, uomini dal cuore puro, onesti sempre, e allora la vita di tutti è più bella, più pie­na, più gioiosa se vissuta se­condo il vangelo.   (Padre Ermes Ronchi)

Bollettino parrocchiale


A.C.R. Azione Cattolica Ragazzi

a partire da sabato 8 ottobre

TUTTI I SABATI
POMERIGGIO
in Patronato
al Sacro Cuore
(Via Belluno, 27)

*  dalle ore 14.30 alle 15.30

*   dalle 15.30 giochi e animazione per tutti fino alle ore 17

Patronato Padri Canossiani

Patronato dei Padri Canossiani

per ragazzi/e dai 6 ai 13 anni

Tutti i Pomeriggi

dalle ore 14.00 alle 17.45

per giocare, cantare, fare tante attivita' in amicizia

Parrocchia del Sacro Cuore
Via Belluno, 27
Tel. 0439-89749